Stars

Capitolo 1

  Così, insieme, si avviarono verso una meta sconosciuta.
  Erano stati cacciati dalle rispettive famiglie, nonostante fossero tornati per loro. Avevano bussato alla porta di casa, cogliendo la paura nei loro sguardi, ma senza capire cosa li spaventasse.
  Non ricordavano di essere morti. Non sapevano che la paura di-pinta nei volti di parenti e amici dipendesse dal proprio ritorno.
  I più fortunati ricevettero una porta in faccia. I meno fortunati, invece, furono torturati e uccisi dal loro stesso sangue. Erano morti per la seconda volta.
  Quando varcarono l’ingresso della città, nessuno osò voltarsi.
  Erano pronti a ricominciare.
  Non avrebbero dimenticato quello che era successo, la guerra che avevano dovuto combattere, ma era giunta l’ora di andare avanti.
  Si strinsero per mano, guardando oltre l’orizzonte. Una nuova vita li aspettava fuori dalle mura, una realtà ancora da scoprire.
  Alla fine non importa chi tu sia in questa vita, cosa hai fatto per meritarti la fama o la povertà. Siamo tutti uguali, non conta altro. Non esiste alcuna differenza tra la vita e la morte.
  Perché Vivere o Morire è solo un concetto relativo.

   Salvò l’ultima bozza, riducendo l’icona del file. Sul desktop, cliccò due volte su Word e aprì un nuovo file.

   Aggiornamento del 30/10/2018

  Ho terminato la stesura di The Returned per la seconda volta.
  Sono contenta di aver scritto la parola “fine”. The Returned è stato il frutto di un duro lavoro. Più di una volta ho pensato che non ne valesse la pena, che stessi solo perdendo tempo. Adesso, però, sono felice di non aver dato ascolto alla voce in fondo alla mia coscienza.
  Di solito, scrivo questi brevi aggiornamenti per la mia famiglia. Oggi, invece, voglio rivolgermi a voi amanti della scrittura.
  Quindi, vi dico: provate a immaginarlo, lo scrittore. Provate a chiedervi perché scrivere lo faccia sentire vivo.
  Pensatevi al suo posto, seduti davanti a una pagina bianca. Avete aperto Spotify e scelto la musica da ascoltare, quella che vi stimolerà al punto da scrivere l’inizio della vostra storia. È possibile che alcuni di voi si trovino ancora davanti a quella maledettissima pagina bianca, incapaci di dare forma ai propri pensieri. Be’, dovete provarci.
  Smettetela di cercare l’inizio perfetto, liberate il fuoco che avete dentro. So che quello è il vostro biglietto da visita, ma date sfogo alla fantasia. Verrà il tempo di sistemare la vostra storia, oggi però dovete scriverla e basta. Ricordatevi sempre che la prima stesura è per voi, la seconda per i vostri lettori. In questo momento, nessuno vi sta guardando.
  Non pensate al futuro, non chiedetevi quale sarà la valutazione dell’editore con cui pubblicherete. Non è ancora il momento, non c’è motivo di avere fretta. Esiste un tempo per tutto, non disperate già da adesso.
  So che viviamo nell’epoca in cui i numeri sono più importanti del contenuto, che alcune storie ottengono più visibilità di altre, ma cercate di stare sereni. Se valete, sono certa che per una volta i numeri verranno messi da parte.
  Ogni giorno cerchiamo di definire il nostro profilo sulla base degli interessi dei nostri followers, specie su Instagram. C’è chi le studia tutte per far schizzare quei numeri, chi lo considera addirittura un punteggio. Buffo, la nostra vita sembra quasi un videogioco.
  Più quel punteggio sarà alto, più alcuni di noi si crederanno i player di questo stupido gioco che è oggi la realtà in cui viviamo.
  Noi comunque siamo ancora qui, a scrivere la nostra storia.
  Voglio darvi un consiglio: se non ci dormite la notte, se vi sentite perseguitati dai personaggi della vostra storia, allora procuratevi un quaderno e cominciate a prendere appunti. Se avete le idee chiare, liberate le vostre emozioni e cominciate a scrivere.
  Lasciate parlare quel fuoco, fate in modo che sia lui a muovere la penna o guidare le vostre dita sulla tastiera. Non ostacolatelo, è la ragione per cui andate avanti ogni giorno.

  Cliccò su file e salvò la nuova pagina nella cartella denominata “Alla mia famiglia”, dove conservava riflessioni che non avrebbe pronunciato ad alta voce.
  Spense il computer, prese il cellulare dalla scrivania e si lasciò scivolare sulla sedia. Aprì Instagram e cominciò a scorrere verso il basso le fotografie della pagina principale. Si imbatté in quella di Becca Gray, la studentessa più invidiata della Greenwood Academy.
  Indossava un basco rosso alla francese, che le metteva in risalto la pelle bianca e i lunghi capelli neri, e teneva in mano una macchina fotografica. Il suo sguardo era privo di espressione, come la maggior parte delle fotografie che postava. Aveva imparato a concepire Instagram come una sorta di vetrina, la sua immagine un prodotto da vendere. Il numero dei followers di Becca era più elevato di quello di Gwen. Becca aveva la visibilità che a lei mancava, per dare voce alle sue storie e al proprio nome. Nella vita reale, però, pochi riuscivano a sopportarla.
  Chiuse Instagram e passò a Messenger, accorgendosi dei ventiquattro messaggi che i suoi amici si erano scambiati negli ultimi cinque minuti. Nina Mason e Tyler Gray, il fratello di Becca e suo migliore amico, commentavano il video che la stessa Nina aveva inviato in chat. Scrivevano senza nemmeno dare tempo all’altro di rispondere, sembravano due leoni da tastiera: Nina criticava il ragazzo del video, diceva che sapeva solo darsi delle arie, e Tyler la accusava di essere poco oggettiva.
  Abbozzò appena un sorriso, lasciandoli alle prese con la loro animata discussione. Aprì il video per giudicare lei stessa: la conduttrice di The Evening Show se ne stava seduta a gambe incrociate sulla poltrona del proprio salotto. Accanto a lei, con un ghigno stampato sulla faccia e l’aria di chi non vedeva l’ora di darci un taglio, c’era il ragazzo più sfrontato degli Stati Uniti d’America.
  La donna si portò il microfono all’altezza della bocca, scostandosi i capelli corti dal viso con un leggero movimento della testa. «Allora, Charlie» cominciò, «tutti si chiedono come hai fatto a raggiungere la vetta. Puoi svelarci il tuo segreto?»
  Charlie Reyes, diciannove anni e un futuro pieno di successi. Da piccolo era già comparso in televisione, per un paio di pubblicità al massimo, ma la popolarità arrivò molto dopo.
  Aveva frequentato il suo stesso liceo, neanche il tempo di diplomarsi che la sua faccia era finita su tutti i giornali. Gli era bastato un solo film, quello giusto per sfondare, e ora il suo nome non se lo toglieva nessuno dalla bocca.
  Era l’astro nascente del momento, lo era già da due anni e lo sarebbe stato a lungo. Era l’idolo di ragazze e ragazzi. Aveva persino ottenuto la stima di Tyler.
  «Ah, Karen, mi stai chiedendo di svelare l’impossibile» sogghignò Charlie, accavallando le gambe come una vera star del cinema. «Mi sono buttato. Una mattina mi sono svegliato e mi sono detto che questa era la vita che desideravo. Volevo diventare la persona che sono adesso e, come vedi, ci sono riuscito.»
  La conduttrice si sforzò di sorridere, probabilmente perché quella non era la risposta che si aspettava di ricevere.
  La ragazza posò il cellulare sulla scrivania, lasciandoli parlare, e guardò lo schermo nero del suo computer.
  Mi sono buttato.
  Anche lei avrebbe voluto tirare un sospiro profondo e buttarsi.
  Ripensò alle proprie parole, al finale della storia e agli aggiornamenti scritti. Si sentì un’ipocrita, perché le promesse che aveva fatto agli aspiranti scrittori non valevano niente. Lei aveva mandato The Returned a tre diversi editori già prima di sistemare il testo. Non era riuscita a frenare l’entusiasmo. Sapeva che non era il momento, eppure lo aveva fatto e, com’era prevedibile, non aveva ottenuto un esito positivo.
  Una mattina mi sono svegliato e mi sono detto che questa era la vita che desideravo.
  Quella era la vita che lei desiderava. Voleva avere quel successo, vedere il suo libro sugli scaffali delle librerie, immaginarsi al posto di Charlie su quella poltrona.
  Riprese il cellulare, provando quasi fastidio. Non ricordava di averlo mai visto a scuola, non era così popolare. Non sapeva nemmeno che faccia avesse prima del lancio televisivo, se fosse tanto sbruffone. Sapeva di aver vinto, perché la popolarità negli anni Duemila era diventata il premio di quello stramaledettissimo gioco.
  «Cosa diresti ai ragazzi che ti stanno seguendo da casa?» domandò ancora la conduttrice di nome Karen.
  Charlie sembrò pensarci sul serio. «Direi di non provarci, potrebbero rovinare la mia immagine.»
  La conduttrice scoppiò a ridere, e lei smise di seguire quello strazio. Non poteva che dare ragione a Nina e torto a Tyler: quel ragazzo era davvero un idiota. Un idiota che, però, ce l’aveva fatta.
  Si infilò il telefono in tasca, raccolse lo zaino dal letto e si precipitò di sotto.
  Sentì il padre canticchiare un grazioso motivetto, e per questo decise di non interromperlo. Lo osservò mentre preparava la colazione per lei e suo fratello, in ritardo come sempre. Lo vide far scivolare i cornetti dentro due buste di carta, per poi estrarre un paio di bottigliette d’acqua dal frigo.
  Lei si avvicinò, piazzandosi davanti al bancone e, per la seconda volta da quando aveva spento il computer, sorrise.
  Quando il padre si voltò, per poco non gli venne un infarto. Si portò una mano al petto e chiuse gli occhi con fare da commedia. «Non farlo più, Gwen, ti prego.»
Gwendolyn Carter, il nome di un’autrice che forse non avrebbe mai ottenuto il successo tanto agognato.
  Quell’uomo era suo padre, Trevor Carter.
  «L’ho finito» esordì fiera, «di nuovo.»
  Lui ricambiò il sorriso, ma non fece in tempo a esprimere il suo pensiero.
  Il più piccolo della famiglia fece la sua comparsa. Avanzò verso i due, raccogliendo la busta di carta per sbirciarci dentro.
  «Un cornetto» parlò, imitando il tono di Gwen, «di nuovo.»
  Fratello e sorella si scambiarono una linguaccia, frenata poi da Trevor. Prima che scoppiasse una guerra, il genitore si rivolse alla maggiore: «Porti tu il mostriciattolo a scuola?»
  Il giovane sollevò le mani al cielo. «Pronto? Qui parla Samuel Carter, il dodicenne i cui piedi funzionano per camminare. Non ho bisogno di una balia.»
  Trevor si lasciò sfuggire un sospiro, consegnando la busta alla figlia. «Portalo fuori da qui.»
  Gwen curvò appena le labbra. Rispose con un cenno della testa, prendendo il fratello sottobraccio e trascinandolo fuori. Nonostante i tentativi di ribellione di Samuel, Gwen non lasciò la presa.
  Arrestò il passo all’ingresso, quando il padre la chiamò.
  «La mamma sarebbe fiera di te» le disse, facendole quasi venir voglia di piangere.

   Mancavano due giorni alla notte di Halloween, i residenti di Lynwood avevano allestito i giardini di casa con la massima cura. Alcuni preferivano stare dentro, a imbastire e cucire i propri costumi, altri prendevano la cosa seriamente. A molti piaceva l’idea di mascherarsi, era un modo per fingersi qualcuno o provare a essere se stessi.
   Da quando Roselyn Carter non c’era più, però, Halloween non aveva alcun senso. Samuel aveva smesso di indossare gli abiti realizzati dalla madre, perché era cresciuto e perché gli mancava. Aveva dodici anni, e ancora cercava il conforto della sorella quando, in piena notte, si svegliava da un incubo. Si sistemava accanto a lei, si lasciava stringere dalle sue braccia provando a ricordare il calore della madre.
  Gwen teneva vivo il suo ricordo, nelle sue storie, ma capitava anche a lei di cedere al dolore. Spesso si trovava seduta per terra, nella sua stanza, a chiedersi perché la vita l’avesse portata via da lei. Era il suo punto di riferimento, le aveva insegnato lei a camminare. L’aveva aiutata a credere, non perdere mai la fiducia in se stessa. E la speranza.
  La speranza, diceva Roselyn, sarebbe stata l’ultima a morire.
  «Chi c’è, questa volta?» le chiese Samuel, che percorreva il sentiero con le mani in tasca.
  Gwen gli rivolse uno sguardo, sollevando un sopracciglio. «A cosa ti riferisci?»
  «Alla tua storia» cominciò il fratello. «Il nonno, la nonna… ci sono anche loro?»
  Lei sospirò, abbassando lo sguardo. «Ci sono tutti, Sam» rispose, tornando a guardarlo, «anche la mamma.»
  Samuel elargì un sorriso, portandosi le mani alla nuca. Sembrò rilassarsi, assumere un’espressione convinta e provocatoria.
  Gwen provò a immaginare il padre alla sua età. Sua madre diceva sempre che era l’esatta copia di Samuel: viso magro, capelli castani, bocca sottile e sguardo profondo. Gli occhi grigi erano l’unica eredità che la loro madre gli aveva lasciato.
  «Sfonderai di sicuro» commentò con convinzione, e lei pensò volesse rincuorarla. «Se ci sono io, poi, finirà in cima alle classifiche.»
  Gwen scoppiò a ridere, provando ad abbracciarlo. Samuel si scansò, incenerendola con lo sguardo. Le fece segno con la mano di fermarsi, perché erano ormai vicini alla scuola e, soprattutto, alla ragazzina per cui si era preso una cotta.
  Samantha Thompson era seduta sui gradini all’ingresso. Sembrava una piccola Nina in miniatura, per i capelli rossi e la sua sfrontatezza.
  Solo a guardarla, Samuel rabbrividì.
  «È fuori dalla tua portata» lo prese in giro la sorella, mentre la ragazzina si sistemava il berretto di lana e puntava gli occhi sul marciapiede.
  Samuel corrugò la fronte, infastidito. «Tu sfonderai, io conquisterò quella ragazza.» Si voltò, muovendosi con nonchalance verso l’ingresso. Salutò Samantha con un gesto rapido della mano e, senza guardare dove mettesse i piedi, inciampò.
  Gwen trattenne a stento una risata.
  Percorse la strada che conduceva al proprio liceo, la Greenwood Academy, lasciando vagare la mente. Pensava alla sua storia, cercava un modo per renderla accattivante. Doveva catturare l’attenzione, si diceva, tenere il lettore con il fiato sospeso. Voleva rovesciare le regole di gioco, rompere gli stereotipi e proporre al mercato qualcosa di nuovo. Non voleva seguire l’onda, voleva rinnovarsi.
  I suoi amici avevano letto la prima versione di quel romanzo. In realtà, Nina si era fermata al decimo capitolo e non aveva colto il senso della storia. Tyler invece si era immedesimato nei personaggi e, a fine lettura, aveva cominciato a farle domande. Non riusciva ad afferrare il significato di alcune cose, ad esempio cosa li avesse spinti a tornare. Gwen non aveva trovato risposta a molte delle sue domande, non avendo seguito uno schema sin dall’inizio. Nonostante facesse male ammetterlo, si era trovata d’accordo con Tyler.
  Ricontrollò il romanzo, provando a colmare da sola i vuoti di cui le aveva parlato. Iniziò così la prima riscrittura del manoscritto, appuntandosi a parte i buchi da ricucire.
  «Sempre tra le nuvole» parlò Nina, distraendola dai suoi pensieri.
  Non si era neanche accorta di essere arrivata, quelle storie la prendevano così tanto da mettere in pausa il mondo reale.
  Le sorrise, ma lei non ricambiò. Nina tornò a rovistare nel suo armadietto, Tyler ricambiò lo sguardo d’intesa al suo posto. A differenza di Nina, che non aveva peli sulla lingua, Tyler non constatava mai l’ovvio. Preferiva tenere per sé ciò che pensava, non voleva avere problemi. A scuola nessuno lo ammirava, al contrario della sorella. Tyler veniva spesso disprezzato, preso in giro perché era diverso. Lui sapeva di esserlo, ma non aveva mai avvertito il bisogno di ammetterlo. Tyler era l’unico, in quella scuola, a non indossare una maschera. Non aveva paura di mostrarsi per ciò che era, motivo per cui tutti parlavano di lui.
  «Che te ne pare del video di Reyes?» domandò, curvando appena un sorriso sulle labbra.
  Gwen fece spallucce, aprendo il proprio armadietto per prelevare i libri. «Sinceramente? Ho smesso di ascoltare dopo i primi trenta secondi.»
  Nina lanciò un’occhiata a Tyler, una di quelle che sembrava esultare «te lo aveva detto», anche se non pronunciò quella frase. Si voltò in direzione di Becca, che seducente camminava al fianco di Corinne Marshall e Richard Jenkins, il suo ragazzo e vicecapitano della squadra di lacrosse.
  La ragazza si scostò i capelli dal viso, sfoggiando i suoi abiti firmati. Tyler non si sbilanciò, rimase a guardarla e non pronunciò una parola. Nina, invece, scosse la testa.
  «Qualcuno dovrebbe svegliarla, la scuola non è una sfilata di moda» la criticò.
  Becca si piazzò davanti ai tre, trasformando il sorriso di prima in un ghigno.   «Guardate, ragazzi: mio fratello e… Chi abbiamo qui? Due nullità.» Rilassò i muscoli delle braccia di getto, in segno di disprezzo.
  Nina fu l’unica a seguirla con la coda dell’occhio, mentre lei percorreva il corridoio con la grazia di un’oca giuliva. Gwen e Tyler tennero basso lo sguardo, certi che da un momento all’altro l’amica sarebbe esplosa. Quando Nina imprecò, Tyler la prese sottobraccio e Gwen le tappò la bocca con una mano, invitandola a fare un respiro profondo.
  Nina parò le mani in avanti, in segno di resa, quando Tyler lasciò la presa e lei fu di nuovo in grado di muoversi. Poi lo osservò, frustrata. «A volte mi chiedo come possiate essere fratelli. Mi sentirei meglio, se sapessi che è stata adottata.»
  Tyler si sforzò di sorridere, osservando da lontano la sorella: si era fermata a parlare con un paio di matricole. Corinne partecipava alla conversazione, giocando con una ciocca di capelli biondi, mentre Richard si limitava ad annuire.
  «Richie, Richie» la prese in giro Nina, facendo ridere Gwen. Gettò le braccia al collo di Tyler, perché sapeva quanto lo infastidisse. «Non sprecare la tua intelligenza per me, ti prego.»
  Si strinse a Tyler con fare da commedia. Lui provò a respingerla, ma non ci fu verso. Alla fine, risero entrambi.
  Gwen rimase a guardarli, incantata da quella visione. Quei due erano il suo tesoro più grande, la sua idea di felicità. C’erano stati, quando la madre era venuta a mancare. Le erano stati vicino, più di quanto avrebbe fatto un parente. Tyler l’aveva anche convinta a cucinare insieme, preparare un dolce per Samuel e dare sfogo alla sofferenza. Si erano divertiti, Nina li aveva trovati nel mezzo di una battaglia, a lanciarsi manciate di farina sulla faccia.
  «Ci sarai domani sera?» le chiese Nina, ancora con un braccio attorno al collo di Tyler. «Daniel ha invitato i suoi amici.»
  Gwen sapeva dove volesse arrivare. Daniel Mason, suo fratello, era un grande organizzatore. A casa di Nina ci sarebbero stati gli amici di Daniel, e lei non avrebbe perso tempo a presentarglieli. Con una maschera indosso, Gwen avrebbe instaurato facilmente amicizia.
  «Non lo so ancora» rispose, stringendosi i libri al petto.
  Nina sbuffò, lasciando la presa su Tyler, e lui si avvicinò. «Ti vengo a prendere io» propose, abbozzando un sorriso. «Ci andremo insieme.»
  Gwen guardò Nina, che già sorrideva, e Tyler, la cui bontà l’avrebbe inevitabilmente trascinata a quella festa.
  Fece una smorfia. «Non indosserò un costume» decretò, prima di chiudere l’armadietto, «sia chiaro.»

  «Cosa diresti ai ragazzi che ci stanno seguendo da casa?» domandò la conduttrice in primo piano.
  Charlie Reyes si guardò in giro, aggiustandosi il microfono con fare riflessivo. Scrollò le spalle e si sforzò di sorridere. Aveva l’aria di chi conosceva già le domande e di chi sapeva rispondere, perché aveva studiato quelle battute a memoria. Recitava, ecco cosa faceva davanti all’obiettivo. Indipendentemente dal programma, Charlie Reyes recitava sempre.
  «Direi di non provarci, potrebbero rovinare la mia immagine» rispose alla fine.
  L’intervista non era finita, ma il vero Charlie ne aveva abbastanza di quella pagliacciata. Lanciò il cellulare sul tappeto, spaventando gli amici seduti a tavola, e poi si gettò a peso morto sul divano. Portandosi le mani all’altezza del viso, cacciò un urlo strozzato.
  Ambrose Knight e Nickolas Morgan si scambiarono uno sguardo: il primo si sforzò di trattenere le risa, il secondo rispose alla reazione dell’amico con un’alzata di spalle. Tornarono a guardarlo, mentre lui tamburellava il piede sul pavimento e teneva gli occhi puntati al soffitto. Quella era la tipica reazione di chi cominciava a odiare la propria fama.
  «Ricordami di rifiutare, se mi dovessero offrire una parte» scherzò Ambrose, rivolto a Nickolas. Dopo qualche minuto, si alzò per recupere il cellulare dell’amico e si sedette al suo fianco.
  Charlie lo trafisse con lo sguardo. «Potrebbero rovinare la mia immagine» ripeté, schifato.
  Nickolas cercò di nascondere un sorriso, osservandoli: Charlie, pelle chiara e occhi tendenti al nocciola, era fisicamente l’opposto di Ambrose, pelle ambrata e occhi castani. Sembravano il giorno e la notte.
  Ambrose si sistemò il berretto sulla testa, sorridente come al solito. «Che brutta cosa la popolarità, amico.»
  Doveva essere una battuta, un modo come un altro per prenderlo in giro, ma Charlie non la prese così alla leggera. Si mise in piedi, senza mai togliere lo sguardo da lui. Nickolas si pulì gli occhiali da vista, pronto a godersi lo spettacolo.
  «Non guardarmi in quel modo» lo rimproverò Ambrose, con tanto di movimento della testa. «Sei stato tu a dirlo, non io.»
  Charlie trattenne il fiato. «È ridicolo che non possa dire cosa penso davvero.»
Nickolas scrollò le spalle, intervenendo al posto di Ambrose: «Lamentati con il tuo produttore cinematografico. Digli quello che pensi.»
  Charlie si portò all’indietro i capelli color cenere, stanco. «Mi direbbe di non azzardarmi a fare di testa mia e continuare a comportarmi come un personaggio sulla scena. Questo personaggio ha portato in alto gli ascolti dei suoi film.»
  «E tu continua a fare il personaggio, Charlie» lo rimproverò Ambrose, rilassandosi sul divano, «continua a fare la pedina.»
  Charlie si lasciò sfuggire un piccolo ghigno, dando un’occhiata al garage. Lui, Ambrose e Nickolas lo avevano reso il loro rifugio. Dentro quelle mura si sentivano liberi di parlare, perché non c’erano telecamere o microfoni che potessero sorvegliarli. Neppure genitori. Charlie poteva essere chiunque, lì dentro. Poteva essere se stesso.
  Guardò Nickolas e all’improvviso gli vennero in mente tutte le volte in cui aveva provato a spingerlo nel mondo delle celebrità. Quelle spalle larghe erano il vanto di pochi, così aveva cercato di convincerlo. Se lo avesse desiderato, sarebbe quasi sicuramente finito sulla copertina di una rivista. Lui si era sempre rifiutato, restando così volentieri nell’ombra da fargli invidia. Charlie quella vita non la voleva, perché non c’era niente di vero. Ambrose e Nickolas erano quello che gli restava di una vita che, ormai, non gli apparteneva più.
  Avrebbe voluto muovere le lancette dell’orologio, tornare indietro e non firmare il suo primo contratto. Non avrebbe mai dovuto metterci la faccia, costruirsi un’identità che non rispecchiasse la sua persona. Il suo personaggio, protagonista di una commedia romantica, aveva fatto impazzire le ragazze. Quando gli ascolti erano saliti, il produttore aveva visto fior di quattrini nel suo futuro. Charlie aveva firmato il contratto con la promessa che, se avesse ottenuto successo, avrebbe recitato in un film d’azione, così da destinarsi a un pubblico più ampio. In realtà, non vide mai contratti diversi dal primo. Il suo bel viso, ripeteva sempre il produttore, era sprecato per quel genere cinematografico.
  «Mason ha invitato Ambrose alla sua festa di domani sera» parlò Nickolas che, tra i due, era quello più maturo. «Mi ha chiesto di venire, ma…»
  «Si sta preparando per l’esame di chimica, il dottor Morgan» completò Ambrose, facendogli l’occhiolino.  «Non ha certo voglia di perdere tempo.»
  Charlie gli sorrise, ignorando la voce di Ambrose. «Vorrei, Nick, ma questa» cominciò, sollevando una mano per indicare il proprio viso «mi tradisce.»
  «È una festa in maschera, zuccone» lo prese in giro Ambrose, rivolgendogli un’occhiataccia. «Devi infilarti un costume da nerd e fingerti Nick. Non mi stupisce che il produttore ti chieda di comportarti da manuale.»
  Il suono di quelle parole fece brillare i suoi occhi. Si immaginò con indosso un costume che Nickolas metteva per andare alla fiera del fumetto, e quasi gli venne da ridere. Avrebbe potuto comportarsi come un qualsiasi diciannovenne, mettendo da parte il personaggio di Charlie Reyes. Si sarebbe sentito normale, almeno per una sera.
  Posò lo sguardo sull’uno e sull’altro. «Funzionerà?»
  «Se può aiutarti, perché no?» domandò Nickolas in risposta. «Potrai metterti quello che vuoi. Io ti consiglierei il costume di Darth Vader, così da risolvere non soltanto il problema della maschera ma anche quello della voce. Ho installato un dispositivo in grado di modificarla, simula il suo respiro.» Sorrise. «Sembrerai terrificante.»
  «Sembrerà uno sfigato» rimarcò Ambrose, facendo ridere anche Charlie.