Prologo
Ammettere di aver commesso un errore a volte non serve. Quando i tuoi sbagli coinvolgono la vita di qualcun altro, hai l’impressione che il mondo intero ti sia caduto addosso e che non ci sia modo di rimediare.
Non accetti di aver fallito. Non accetti che, per colpa tua, quella persona non ci sia più.
Il professore viveva con questo rimorso da mesi. Aveva smesso di mangiare, non riusciva più a chiudere occhio. Andava avanti di caffè e sogni infranti, non passava giorno senza pensare al ragazzo a cui aveva distrutto la vita. Se ne stava sempre nel suo laboratorio, a studiare l’algoritmo e guardare gli scanner. Sperava ancora che i vetri si aprissero e mostrassero il suo sorriso beffardo.
Non sarebbe mai successo, lui lo sapeva.
Quella mattina aveva deciso di non andare a scuola. Era stanco delle interrogazioni e dei compiti in classe, ne aveva abbastanza dei suoi studenti. Ogni volta che posava gli occhi su di loro, il professore lo vedeva: bello, narcisista e strafottente. Il peso delle sue azioni era diventato insostenibile.
Decise perciò di restare a casa, piazzando telecamere e microfoni in giro. Pensava di fare un ultimo tentativo, consapevole che, se non fosse tornato, la sua casa sarebbe stata invasa dagli stessi uomini che lo stavano cercando. Il professore aveva nemici disposti a tutto pur di scovare il suo laboratorio, e quel ragazzo era l’unico a sapere dove si trovasse. Lo chiamava il Castello Sotterraneo perché, per raggiungere le profondità della villa, occorreva spostare la libreria del soggiorno e prendere l’ascensore.
Digitò gli ultimi comandi, prima di alzarsi dalla sedia e raggiungere gli scanner in fondo alla sala. Chiuse gli occhi e strinse a pugno le mani, mentre la voce del ragazzo si faceva spazio nella sua testa. Esalò un sospiro e prese posto all’interno della cabina, sperando che questa fosse la volta buona.
Sollevò il viso e inalò il fumo che uscì dalle fessure.
«Vengo a prenderti» pronunciò, rilassando i muscoli delle braccia.
Poi, sparì. I vetri degli scanner si aprirono, ma del professore non c’era alcuna traccia. Nessuno, nemmeno lui, poteva sapere che da quel viaggio lontano non avrebbe più fatto ritorno.
Non accetti di aver fallito. Non accetti che, per colpa tua, quella persona non ci sia più.
Il professore viveva con questo rimorso da mesi. Aveva smesso di mangiare, non riusciva più a chiudere occhio. Andava avanti di caffè e sogni infranti, non passava giorno senza pensare al ragazzo a cui aveva distrutto la vita. Se ne stava sempre nel suo laboratorio, a studiare l’algoritmo e guardare gli scanner. Sperava ancora che i vetri si aprissero e mostrassero il suo sorriso beffardo.
Non sarebbe mai successo, lui lo sapeva.
Quella mattina aveva deciso di non andare a scuola. Era stanco delle interrogazioni e dei compiti in classe, ne aveva abbastanza dei suoi studenti. Ogni volta che posava gli occhi su di loro, il professore lo vedeva: bello, narcisista e strafottente. Il peso delle sue azioni era diventato insostenibile.
Decise perciò di restare a casa, piazzando telecamere e microfoni in giro. Pensava di fare un ultimo tentativo, consapevole che, se non fosse tornato, la sua casa sarebbe stata invasa dagli stessi uomini che lo stavano cercando. Il professore aveva nemici disposti a tutto pur di scovare il suo laboratorio, e quel ragazzo era l’unico a sapere dove si trovasse. Lo chiamava il Castello Sotterraneo perché, per raggiungere le profondità della villa, occorreva spostare la libreria del soggiorno e prendere l’ascensore.
Digitò gli ultimi comandi, prima di alzarsi dalla sedia e raggiungere gli scanner in fondo alla sala. Chiuse gli occhi e strinse a pugno le mani, mentre la voce del ragazzo si faceva spazio nella sua testa. Esalò un sospiro e prese posto all’interno della cabina, sperando che questa fosse la volta buona.
Sollevò il viso e inalò il fumo che uscì dalle fessure.
«Vengo a prenderti» pronunciò, rilassando i muscoli delle braccia.
Poi, sparì. I vetri degli scanner si aprirono, ma del professore non c’era alcuna traccia. Nessuno, nemmeno lui, poteva sapere che da quel viaggio lontano non avrebbe più fatto ritorno.